Di Aurora Calicchia. Certe esperienze iniziano con una sensazione forte, incontrastabile: la certezza che qualcosa stia per cambiare. È proprio questo quello che ho provato la prima volta che sono entrata nell’aula T33: un’intuizione silenziosa che mi suggeriva che quel luogo avrebbe lasciato un segno dentro di me, e non mi sbagliavo.
Il corso di Giornalismo Televisivo non è stato una semplice lezione frontale, come quelle a cui sono sempre stata abituata: è stato un laboratorio vivo di idee, di emozioni, di confronto. Un salotto di domande scomode, uno spazio sicuro dove le parole avevano il potere di aprire porte, ferite e riflessioni.
Il professore Marco Palma ha saputo guidarci con passione e sensibilità, senza mai imporre una visione, ma anzi invitandoci costantemente a dire la nostra, a metterci in gioco. Ci ha coinvolti, stimolando il dibattito su temi cruciali e spesso dolorosi: i rapporti di coppia, il legame genitore-figlio, la depressione, la solitudine, il disagio giovanile; ogni argomento diventava una porta spalancata sul mondo e su di noi.
Le discussioni erano sempre vive, vere, autentiche: nessuna voce era fuori posto, nessuna esperienza era marginale. Ci sono stati momenti in cui le emozioni prendevano il sopravvento. Ci veniva chiesto, con delicatezza e mai con pressione, di condividere qualcosa di nostro: l’aula T33, in quei momenti, si trasformava in uno spazio quasi sacro, dove si ascoltava in silenzio, con rispetto. C’era fiducia: in quegli istanti ho capito quanto il giornalismo, quello di vita, abbia bisogno prima di tutto di umanità.
Una frase che il professor Palma ci ripeteva spesso era di cogliere il “carpe diem”: non come slogan vuoto, ma come invito sincero ad afferrare ogni attimo, a vivere con intensità ciò che stavamo imparando, provando, scrivendo; a non aspettare il momento perfetto, ma a trasformare ogni momento in qualcosa di vero. E oggi, ripensandoci, sento che quel “carpe diem” è diventato un seme piantato dentro di me.
Non avevo programmato di seguire questo corso. Ci sono arrivata quasi per caso, trascinata da una scelta apparentemente secondaria, come se fosse uno di quei passi che si fanno senza pensarci troppo. E, invece, si è rivelato il più importante. Perché, tra tutti, è stato il corso che mi ha insegnato di più. Non solo sul giornalismo, ma su me stessa, sugli altri, sul modo in cui si può, e si deve, raccontare il mondo.
A volte il destino sa esattamente dove portarci, anche quando noi non lo sappiamo: in questo caso, ha giocato una delle sue carte più belle. Oggi porto via molto più di appunti o nozioni; porto via emozioni vere, scambi profondi, consapevolezze nuove. Porto via una voce più chiara dentro di me, e la gratitudine per aver avuto, dentro quell’aula, la possibilità di imparare non solo a scrivere, ma ad ascoltare.
Grazie all’aula T33, al prof. Marco Palma, alla gentilissima Beatrice e a chi, in quelle ore, ha avuto il coraggio di raccontarsi, di mettersi a nudo: sono convinta che questo non sia un punto d’arrivo, bensì un bellissimo inizio