
Di Tommaso Guerri. Il calcio che amo non è fatto soltanto di gol, trofei e campioni. È fatto di passione, di maglie, di tifosi e di emozioni che resistono al tempo. Proprio per questo fa male vedere quanto spesso, intorno a quel pallone, prevalgano interessi e denaro.
Calciopoli ha rappresentato una delle ferite più profonde del calcio italiano. Uno scandalo che ha coinvolto grandi società e dirigenti e che ha lasciato una macchia difficile da cancellare. Ma quella ferita non appartiene soltanto al passato. Ancora oggi il calcio deve fare i conti con vicende e accuse legate alla gestione economica e al rispetto delle regole.
Il problema, però, va oltre gli scandali. Nel calcio moderno la maglia rischia di valere meno del contratto, la passione meno del mercato e il senso di appartenenza meno degli interessi personali. I giocatori diventano sempre più spesso uomini di mercato prima ancora che simboli di una squadra.
E questo accade anche nel calcio dilettantistico, dove il peso del denaro e dei procuratori rischia di condizionare società e giovani, trasformando quello che dovrebbe essere un sogno in una corsa agli interessi.
Il calcio senza valori perde la sua anima. E quando a perdere la fiducia sono i tifosi, quelli che riempiono gli stadi e vivono la squadra ogni domenica, il pallone smette di essere soltanto un gioco e diventa qualcosa di più triste.
Perché se un giorno dovesse spegnersi la passione dei tifosi, non sarebbe soltanto una parte del calcio a finire. Finirebbe il calcio stesso.
