Di Crina Nicole Uzan. La prigione più subdola in cui si entra volontariamente è quella che capita ogni singola mattina,guardandoci davanti ad uno specchio,valutando se bisogna cambiare outfit o meno per il costante terrore del giudizio altrui,rinunciando così a ciò che ci piace indossare per qualcosa che viene approvato dalla società,confondendo il desiderio di esprimerci con la costante necessità disperata di essere accettata. La moda potrebbe essere paragonata ad una medaglia con due facce,da un lato con la promessa di donarci una propria identità,dall’altro però ci consegna sempre “uniformi”,imponendoci cosa indossare,i colori del momento,le scarpe da acquistare,e persino quale immagine proiettare per farci considerare “interessanti”. Nonostante le tendenze cambiano,e gli standard si trasformano,dentro di noi rimarrà costantemente la condanna di domandarci se siamo abbastanza o no. Il problema non è seguire la tendenza,ma è quando guardando un vestito nell’armadio,prima ancora di chiedersi se piacerà a noi,ci chiediamo se piacerà alle altre persone,oppure spendere soldi per un’identità che non ci appartiene,sperando che finalmente qualcuno ci dia un minimo sguardo di approvazione. E allora perché la chiamiamo “libertà”?se bisogna seguire delle regole non scritte per essere considerate belle,eleganti o alla moda,esprimiamo veramente noi stesse,oppure stiamo soltanto facendo i burattini manovrati dai canoni della moda imposti dalla società? La rivoluzione più grande è uscire di casa con ciò che amiamo,senza chiedere permesso o approvazioni varie,e senza doverci giustificare per le nostre scelte.

 

Se per sentirci belle dobbiamo smettere di essere noi stesse,allora non stiamo indossando un outfit:stiamo indossando una prigione.

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