Di Vittoria Daniele. Basta davvero inserire qualche modella di taglia forte per definirsi un brand inclusivo?

Victoria’s Secret sembra aver abbracciato una nuova idea di bellezza, aperta e rappresentativa. Questa incisività viene vista come una conquista, ma resta l’incognita se questo cambiamento sia effettivamente reale.

Dagli anni Duemila, il marchio ha imposto un’idea di estetica precisa, corpi asciutti e tonici con gambe lunghissime. Non solo è diventato il modello di sensualità, ma anche un riferimento con cui milioni di ragazze e donne si sono confrontate. Il brand è stato fortemente criticato per la promozione di canoni di bellezza rigidi e standard irraggiungibili, tanto da dover annullare il suo Fashion Show nel 2019. Nell’ottobre del 2024 è però tornato ufficialmente in passerella, mostrando un profondo cambio di rotta mirato all’inclusività. Un passo avanti, almeno in apparenza: le modelle con fisici differenti ci sono ma non occupano, neanche lontanamente lo spazio delle modelle tradizionali. Nel recente show del 18 ottobre 2026 infatti il 95% del cast complessivo era costituito dai classici Angeli. Su circa 80 partecipanti complessive infatti circa 4 erano curvy, tra cui Ashley Graham e Paloma Ellesser, e 1 transgender, Alex Consani. Nel mercato della lingerie l’inclusività non si può misurare solo attraverso la gamma di taglie disponibili, ma anche attraverso gli ideali estetici che diffonde. Nel Fashion Show di Victoria’s Secret, infatti, le modelle non convenzionali hanno indossato outfit molto più coperti rispetto alle modelle tradizionali, come se si volesse quasi nascondere un corpo non conforme agli standard. Diverso è il caso del brand Savage x Fenty, della pop star Rihanna, che ha costruito la propria identità sulla bellezza della diversità dei corpi, non solo offrendo una vasta gamma di taglie, ma includendo nelle sue campagne modelle di ogni taglia e di etnie diverse.  Sembra quindi che Victoria’s Secret abbia fatto solo una mossa di marketing per ripulire la sua immagine, non un cambiamento di sistema. La moda infatti non vende solo vestiti: contribuisce anche a costruire un’immaginario, e quando i corpi vengono rappresentati come l’eccezione, il messaggio che passa è che la bellezza continui ad avere confini precisi. L’inclusività quindi, per essere tale, deve tradursi in scelte concrete. La visibilità viene celebrata solo quando fa notizia ma non diventa parte integrante del sistema, resta solo ai margini, lasciandoci la sensazione che nulla sia davvero cambiato.

 

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