Di Angelo Messana. Recentemente sono stato al cinema per assistere al quarto film di Paolo Strippoli: L’estranea, un film ancorato a metafore delle vortici e della pioggia, tema ricorrente nel linguaggio del regista.

La trama si articola intorno ad una famiglia di Bari, che una volta divenuta benestante viene benedetta da una figura misteriosa, che io ho personificato nel diavolo: durante la festa d’inaugurazione della nuova casa infatti il cane si scaglia contro la piccola di casa, Alice, la cui gamba verrà data poi per spacciata in ospedale. Ed è qui che il diavolo si mostra, promettendo alla madre la salvezza della figlia in cambio dell’ingrassamento dell’altro figlio Tobia: la madre accetta. Questo porterà ad un infarto del figlio, e questa volta la sua vita viene scambiata con quella del padre, sotto il benestare della madre, finché alla morte del padre esso non sarà responsabile della morte di altre 2 persone, la cui vita verrà scambiate con due persone “sconosciute”, che si riveleranno essere la futura moglie e figlio di Tobia. Anche questa volta il diavolo si offre di salvare una persona, il nipote, in cambio dell’amputazione della gamba di Alice. la madre fa visita ad Alice e gli racconta il tutto, ma Alice la uccide e, al suo risveglio, la maledizione della famiglia sembra essere passata.

Il film è perciò stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar nella categoria “migliori film stranieri”, grazie all’interessante fotografia, sicuramente audace rispetto agli standard artistici italiani; anche il genere psico-thriller, a tratti horror e ad altri grottesco ha aiutato a far uscire gli spettatori italiani dal piattume artistico delle grandi produzioni italiane ad oggi che hanno portato ad un pregiudizio dei film italiani. “Non ci resta che piangere”, io direi a questo punto che non ci resta che sperare…

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