di Benedetta Ferraro. “Tra gonna lunga e gonna corta io preferisco senza gonna” è quanto dichiarato dal leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ospite durante una puntata di Sky tg24 il 22 settembre, dopo le frasi pronunciate dal vice-premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla “donna affidabile con la gonna un po’ più lunga quando si cerca moglie.
Il generale e politico definisce la sua una “risposta leggera” a una domanda altrettanto leggera, sostenendo che il valore di una donna non si misura da un capo d’abbigliamento e pubblicando sui social immagini di statue classiche come la Venere.
L’episodio, tuttavia, ha scatenato la reazione immediata dell’opposizione a Palazzo Madama, alcune senatrici hanno scelto di presentarsi in aula indossando la minigonna come gesto simbolico di protesta e riscatto.
Ma al di là della battuta da studio televisivo e delle polemiche d’aula, le affermazioni di Vannacci non rappresentano un episodio isolato. Negli ultimi mesi e nel corso delle recenti esternazioni pubbliche, il leader di futuro nazionale ha continuato a mettere al centro del dibattito un tema a lui caro: la visione della donna e della famiglia ancorata alla tradizione, al rifiuto delle moderne battaglie di genere e alla rivendicazione di un presunto ordine naturale.
Dalle pagine del suo libro Il mondo al contrario fino ai più recenti interventi mediatici, la prospettiva dell’eurodeputato traccia un confine netto. Al centro di questo pensiero si colloca una concezione della figura femminile fortemente legata al ruolo biologico e sociale della maternità: per Vannacci, la capacità di donare la vita rappresenta la massima espressione del valore femminile, un attributo di fronte al quale l’uomo deve offrire rispetto e protezione. Un concetto, quello della protezione e del ruolo della figura maschile, che divide profondamente l’opinione pubblica tra chi vi legge la riscoperta di valori rassicuranti e chi vi scorge il tentativo di subordinare la realizzazione della donna alla sola dimensione familiare.
A questo si affianca il rigetto frontale delle istanze del movimento femminista moderno e delle scorciatoie normative. Nella sua narrazione, la parità non deve essere garantita da strumenti come le quote rosa o da battaglie sul linguaggio inclusivo, ma deve basarsi esclusivamente sul merito individuale sul campo. Allo stesso modo, le discussioni sull’educazione affettiva o sull’uso di specifici codici culturali vengono liquidate come costruzioni ideologiche rischiose per l’autorità della figura paterna e l’armonia della famiglia tradizionale.
In un panorama politico fortemente polarizzato, le sue esternazioni – dalla Venere di Milo usata sui social fino alla provocazione sulla gonna – finiscono così per svolgere una duplice funzione: da una parte alimentano lo scontro politico e mediatico, dall’altra intercettano il consenso di una parte dell’elettorato che guarda con nostalgia a un modello di società in cui i ruoli di genere rimangono rigidi, chiari e definiti.
