Di Benedetta Ferraro. Ci sono amori che non finiscono perché si spengono, ma perché vengono strappati via prima che abbiano il tempo di consumarsi. Amori imperfetti, rabbiosi, viscerali, che non conoscono la parola sfumatura e non accettano il passare del tempo. Quando José Mourinho rimetterà piede sul prato dell’Olimpico — questa volta vestito con l’eleganza fredda e regale del Real Madrid — la terra sotto la Capitale non tremerà per il valore di una partita, per i tre punti o per la tattica. Tremerà per il peso specifico di tutto quello che non ci si è detti.

L’addio tra la Roma e Mourinho non è mai avvenuto. È stata un’illusione burocratica, un comunicato sterile calato dall’alto, una sequenza di auto dai vetri oscurati e qualche lacrima rubata a Trigoria. Ma un addio vero, di quelli in cui ci si guarda negli occhi fino in fondo, ci si stringe le mani con la carne viva e ci si dice grazie con la voce spezzata, Roma e José non se lo sono mai dato. Quello strappo è rimasto lì, sospeso nell’aria umida di Roma, come un conto aperto con il destino, un capitolo troncato a metà mentre la battaglia finale doveva ancora essere combattuta.

Mourinho e il popolo romanista non si sono semplicemente trovati: si sono riconosciuti al primo sguardo. Erano due entità ferite, orgogliose, costantemente in trincea contro il resto del mondo, affamate di una giustizia poetica che il calcio continuava a negare. Nelle notti europee, quando l’Olimpico diventava una caldera d’aria e di fuoco e sessantamila anime cantavano all’unisono, Mourinho non era un semplice allenatore. Era il condottiero di un popolo senza patria, il parafulmine di ogni frustrazione, l’uomo che aveva fatto riscoprire la bellezza di credere a chi aveva imparato a difendersi dal dolore.

Ora José torna. Torna alla guida del gigante più potente del pianeta, quel Real Madrid che rappresenta la perfezione, la vittoria patinata, il potere supremo. Eppure, sotto quella giacca scura e sotto lo stemma della Casa Blanca, tutti sanno cosa batte davvero. C’è un uomo che a Roma ha lasciato un pezzo di cuore e non è mai tornato a riprenderselo. E sugli spalti ci saranno gli stessi occhi che per tre anni lo hanno venerato, pronti a fissarlo non con l’amarezza di chi si sente tradito, ma con la nostalgia feroce e struggente di chi sa di aver condiviso un’ossessione indimenticabile.

Non conterà il fischio finale, né chi alzerà le braccia al cielo. Quando muoverà il primo, lentissimo passo verso quella panchina che per anni è stata il suo altare, il tempo semplicemente si fermerà. Sarà il momento di guardarsi in faccia, di respirare di nuovo la stessa polvere e di darsi, finalmente, quell’ultimo devastante abbraccio che Roma e il suo Special One si dovevano da quel maledetto giorno.

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