Di Bianca De Santis. Sono andata per comprare un biglietto e mi sono sentita presa in giro. Presa in giro come fan, come ragazza, come persona che ama la musica.
Un concerto che dovrebbe costare 40 euro finisce a 300 euro in due minuti. Non perché l’artista lo voglia, ma perché c’è un sistema marcio di bagarini legali, siti di rivendita e algoritmi che ci speculano sopra. Clicchi alle 10 e alle 10 e 01 è già tutto esaurito. Poi lo stesso biglietto lo ritrovi online al triplo del prezzo. Questa non è sfortuna. Questa è una truffa autorizzata.
Ci hanno tolto il diritto più semplice, quello di andare a sentire la musica dal vivo senza dover chiedere un prestito. La musica dal vivo era l’unica cosa vera rimasta, dove cantavi insieme agli altri, dove stavi bene. Ora è diventata un lusso per pochi ricchi. Se sei giovane, se sei uno studente, se non hai 200 euro da buttare, resti fuori. Resti a guardare le storie degli altri su Instagram.
Le piattaforme lo sanno e ci guadagnano. Gli artisti lo sanno e molti stanno zitti. E noi fan veniamo trattati come bancomat, non come persone che tengono in piedi tutto con il loro amore.
E la cosa più grave è che nessuno controlla niente. Nessuno ferma questo mercato parallelo che si arricchisce sulla nostra voglia di esserci. Ci fanno la fila virtuale, il codice, il pre-sale per finti fan, poi lasciano che i bot comprino tutto in un secondo. I ragazzi veri restano fuori. I bot entrano. Hanno trasformato un concerto, che dovrebbe essere un momento di popolo e di libertà, in un’asta per ricchi. Hanno ucciso l’idea stessa di comunità che la musica crea.
