Di Angie Rakotomavo. Essere giornalisti significa avere la possibilità, se non il dovere, di riportare con sguardo critico le varie realtà che caratterizzano l’esistenza umana e non. Non a caso gli fu attribuita, nella stampa Americana per prima, e nelle altre a seguire, la funzione di “watch dog”, letteralmente cane da guardia. I giornalisti svolgevano il ruolo di supervisori dell’interesse pubblico. La stampa si presentava come un dispositivo di controllo e critica dell’operato politico, ma anche come strumento di formazione e indirizzo dell’opinione pubblica.

Tanto potere quindi in mano a queste persone. Si dice che la tentazione al potere sia la più diabolica che possa essere tesa all’uomo, perché chiaramente implica grandi responsabilità. Viene da chiedersi che farne di tutto questo potere e a chi darlo.

 

Questo articolo intende mettere in luce a chi non è stato dato e a chi è stato precluso. Alle donne, agli stranieri, ai diversi.

 

Complice una cultura patriarcale, che vede nell’essere donna ancora un surrogato dell’essere uomo. Va venerata la donna madre, moglie, figlia, sorella che solo questo può essere e solo a questo si deve limitare. Se poi nel tempo libero vuole essere altro a parte il ruolo sociale che deve ricoprire, si assicuri prima di aver assolto ai suoi doveri in quanto madre di.., moglie di.., figlia di.. e sorella di… A seguire, solitamente il nome o il ruolo dell’uomo a cui essa è rilegata, perché solo così si riesce a raccontarla come proprietà privata, senza un’identità personale. Infatti un classico del giornalismo italiano è quello di omettere nome e cognome della donna perché basta citare il suo ruolo sociale. Per confutare questa tesi si rimanda alla rassegna stampa social domenicale di Michela Murgia.

 

Nonostante la storia migratoria degli italiani all’estero e l’immigrazione in Italia, la penisola invece di vantare l’integrazione di pluralità, culture e colori diversi; è al quinto posto, subito dopo la Germania, tra i paesi con il maggior numero di episodi razziali.

Bisogna diffidare delle proprietà intellettive di chi asserisce che in Italia non c’è razzismo. Affermare ciò significa minimizzare e/o negare le numerose testimonianze di chi ha subito questo tipo di violenza.

E che non si offenda quella parte di popolazione italiana che razzista non è, perché non è di loro che si sta parlando. Semplicemente, se si sente tirata in ballo viene da pensare che un motivo allora c’è…forse la famosa coda di paglia.

Questo famoso “potere” di poter dire la propria avvalorandosi di un titolo importante, come quello del giornalista, non è quasi mai stato dato, o potuto raggiungere, da persone provenienti da categorie sociali marginalizzate, si teme forse un’integrazione di esse. Si è volutamente virgolettato il termine potere perché più che potere dovrebbe essere un diritto.

 

Fateci caso al fatto che tra le figure di rilievo nel mondo del giornalismo italiano non vi siano stranieri, o diversi, e che le donne siano in netta minoranza. Si dice che se una donna giunge a ricoprire certi ruoli le cose sono due: o ha accettato le avance di qualche superiore; o ha dovuto faticare il quintuplo di un uomo, senza poter cedere mai. Lo stesso vale per gli stranieri e/o i diversi. A tal proposito si consigliano due film, che altro non sono che bugie per dire la verità: “Bombshell – la voce dello scandalo” di Jay Roach e “Il diritto di contare” di Theodore Melfi.

 

Vengono mostrate situazioni che purtroppo non riguardano solo l’ambito giornalistico, ma tutti gli ambiti lavorativi. Situazioni che, a questo punto dell’evoluzione umana, tecnologica, scientifica e sociale; non possono né devono più essere tollerate.

 

Fonti: Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione Europea e rassegna stampa social di Michela Murgia.