
Di Alice Cuccagna. Questa è la storia di un massacro insensato, di una carneficina umana, ma anche lo specchio di un sistema che ha preferito uccidere un mostro piuttosto che capire da dove nascesse. È il 1995. Christa Pike ha appena 18 anni quando decide di stroncare la vita della sua compagna di studi Colleen Slemmer. Un delitto di una ferocia sconvolgente, consumato attraverso torture e crudeltà che rendono quasi impossibile anche soltanto immaginare gli ultimi istanti della vittima. La giovane fu colpita ripetutamente con un’arma da taglio e poi con un pezzo di asfalto, senza alcuna pietà. Un dettaglio che rende questa scena ancora più forte, ancora più nauseante, è un frammento del cranio che la Pike decise di conservare come fosse un macabro trofeo, tenuto per aver massacrato la donna che riteneva un elemento disturbante nella sua vita.
Non esiste giustificazione che possa cancellare la sofferenza di Colleen, né spiegazione che possa trasformare un omicidio in qualcosa di meno terribile. Una vita è stata spezzata, una famiglia è stata travolta dal dolore e una giovane donna è diventata il simbolo di una brutalità che nessuna società dovrebbe mai accettare.
Eppure, proprio quando l’orrore sembra lasciare spazio soltanto alla rabbia e al desiderio di punizione, emergono questioni che non dovremmo per nulla ignorare. La storia personale di Christa Pike è stata segnata da un’infanzia difficile, da presunti maltrattamenti e da un contesto familiare profondamente problematico: elementi che di certo non cancellano la responsabilità per ciò che ha fatto, ma rendono questa vicenda ancora più inquietante, ancora più complessa. Il male non nasce sempre dal nulla. Ci sono contesti e ambienti dove si viene costantemente sopraffatti dal dolore in un’età in cui invece non se ne dovrebbe provare affatto. Capire e analizzare questi meccanismi non significa di certo assolvere chi ha commesso il crimine, bensì provare a scavare a fondo per analizzare la psiche che si cela dietro un delitto così mostruoso.
La Pike è stata condannata a morte. È facile parlare di diritti quando ci troviamo davanti a una vittima innocente; è molto più difficile farlo quando quei diritti riguardano qualcuno che ha distrutto la vita di un’altra persona. Eppure, è proprio in questi momenti che i principi di una società vengono messi alla prova.
La pena di morte rappresenta una contraddizione insanabile. Se affermiamo che la vita umana è un diritto fondamentale, come possiamo sostenere che lo Stato abbia il diritto di sopprimerla deliberatamente come forma di punizione!
Una condanna può punire, può isolare una persona pericolosa, può riconoscere la gravità di un crimine e affermare pubblicamente il valore della vittima, ma la necessità di punire non può giustificare l’abbandono di ogni principio morale. Fino a quando la legge risponderà alla barbarie con un’altra morte, la giustizia continuerà a rimanere un ideale incompleto.
