Dopo The Social Network (2010), Sorkin ricostruisce la vicenda dei Facebook Files attraverso gli occhi del giornalista Jeff Horwitz e la data scientist Frances Haugen, interpretati rispettivamente da Jeremy Allen White e Mikey Madison, e la figura controversa e idealizzata di Mark Zuckerberg, l’eccezionale Jeremy Strong, così comincia una battaglia legale per smascherare il famoso social media dalle varie “macchie nere” che si insinuano nell’algoritmo e modificano la nostra percezione di verità.

 

La missione dei social è che la piattaforma serve a dare a tutti una voce con cui esprimersi. E questo diventerà il più importante paradosso che ci rivela Sorkin.

 

Entriamo subito in una delle prime fasi del film, Frances si rende conto che il social media tramite i like e i repost, ovvero l’engagement, indirizza deliberatamente l’utente verso contenuti polarizzanti ed estremisti, così facendo si velocizzano i processi di radicalizzazione, aumenta il tempo trascorso sul social e, di conseguenza, anche i ricavi pubblicitari. Trasformando l’odio, la disinformazione e la falsa propaganda in risorse finanziarie.

Di fronte a questo sistema, il grande CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, si giustifica  sostenendo che il suo social network è una “bacheca neutrale” che sostiene una presunta libertà di espressione, senza giudicare quale contenuto è vero o falso, ma la realtà delle sue azioni saranno il culmine disastroso dell’assalto al Campidoglio nel gennaio del 2021.

 

L’inchiesta dei Facebook Files presentata da J.Horwitz e F.Haugen ha cambiato radicalmente le politiche interne del social network, noto ora come “Meta” , ma l’esortazione che Sorkin lascia dalla visione di questo film è quanto una persona esterna al complesso meccanismo che muove l’algoritmo, non si renda conto di sviluppare una seria dipendenza dai social media, che ci auto-impone, più che propone, una serie di strumenti i quali possono facilmente manipolare le nostre idee e metterci uno contro l’altro, in particolare per i giovani che ancora devono sviluppare un senso di identità propria, che non deve assolutamente essere condizionata dalle continue pressioni degli standard dei social online.

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