Di Valerio Fiorella.
Sabato 17 ottobre, in piazza Duomo, si sono radunate numerose persone per partecipare alla manifestazione contro il caro vita dando vita ad un palcoscenico surreale. Una città in fiamme, vetrine in frantumi e una rabbia che esplode nelle strade. Milano diventa il simbolo di un Paese che fatica a trovare risposte al malcontento dei suoi cittadini, mentre la protesta contro il caro vita finisce per essere oscurata dagli scontri. Una rabbia che nasce da stipendi insufficienti, futuro incerto e promesse mancate, ma che rischia di perdere ogni significato quando lascia spazio alla violenza.
A pagare il prezzo degli scontri, infatti, non sono soltanto le istituzioni contestate o le forze dell’ordine coinvolte. Ci sono commercianti che devono fare i conti con i danni alle proprie attività, cittadini che si ritrovano in mezzo al caos e persone che vorrebbero semplicemente attraversare la città senza temere di rimanere coinvolte negli incidenti. Anche loro fanno parte di quella società che la protesta dichiara di voler difendere.
Gli scontri hanno alimentato il dibattito sulla sicurezza, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle cause del malcontento sociale.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha condannato le violenze, sostenendo che il diritto di manifestare non possa giustificare la devastazione delle città.
Il governo sta affrontando la questione anche attraverso il coordinamento delle misure di sicurezza.
Dall’altra parte, resta aperta la discussione sulle difficoltà economiche che hanno alimentato la protesta e sulla risposta delle istituzioni alle richieste dei cittadini.
In sostanza, il dibattito si sviluppa su due piani: la necessità di tutelare chi manifesta pacificamente e quella di impedire che gli scontri mettano in pericolo le persone e danneggino la città.
La vera sfida, quindi, non consiste soltanto nel riportare la calma nelle strade di Milano. Consiste nel capire che cosa rimarrà una volta spenti i fumogeni, rimossi i detriti e terminati i cortei. Se resteranno soltanto le immagini degli scontri, le ragioni sociali della protesta rischieranno di scomparire dietro la cronaca della violenza. Se, invece, il dibattito riuscirà a concentrarsi anche sui problemi denunciati dai manifestanti, questa vicenda potrà almeno diventare un’occasione per affrontare questioni che non scompaiono con la fine di una manifestazione.
È oggettivo che condannare la violenza sia necessario, ma ignorare le ragioni che alimentano la rabbia è il modo più semplice per fingere che il problema non esista. Le strade si possono ripulire, le vetrine ricostruire, ma la fiducia dei cittadini non si ripara con le ruspe. Perché reprimere una protesta può spegnere una piazza, ma non cancella il malcontento di un Paese che non si sente più ascoltato.
