Di Pina Di Lucia Sposito. Una sala vuota. Uno schermo acceso. Nessuno davanti a quel fascio di luce che, per decenni, ha fatto ridere, piangere, sognare e persino resistere. È forse questa l’immagine più silenziosa del cambiamento che sta vivendo il cinema: le storie non sono finite, siamo noi ad aver smesso, lentamente, di viverle nello stesso modo.

Perché il cinema non è mai stato soltanto un film. È stato un rifugio, una scoperta, un pezzo di vita. Ci sono film che arrivano quando servono, che riescono a dare un nome a qualcosa che non sapevamo raccontare, a farci sentire meno soli, lasciandoci una frase, un’immagine o un’emozione capace di restare molto più a lungo dei titoli di coda.

Poi è arrivato lo streaming. La possibilità di avere tutto, subito, ovunque. Un cambiamento che ha reso il cinema più accessibile, ma che ne ha anche modificato profondamente il valore percepito: la sala lascia spazio al divano, la condivisione alla visione individuale, l’attesa all’immediatezza. Il film rischia di diventare uno dei tanti contenuti che scorriamo, scegliamo e consumiamo, prima di passare al successivo.

Ma il problema non è soltanto dove guardiamo un film, ma cosa siamo ancora disposti a lasciargli fare. Il cinema non dovrebbe limitarsi a riempire uno schermo: dovrebbe continuare a essere quel luogo in cui una storia può raggiungerci, scuoterci e, a volte, cambiare qualcosa dentro di noi. Perché se perdiamo questa capacità, non perdiamo soltanto un posto dove guardare dei film: perdiamo il valore di quelle storie che riescono a diventare parte della nostra vita. I titoli di coda, allora, non sono la fine. Sono il momento in cui la storia smette di appartenere allo schermo e comincia ad appartenere a noi.

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