
Di Valerio Fiorella. Nel 2026 a Roma, per frequentare l’università, non basta superare un esame di ammissione o iscriversi a un corso di laurea. A volte bisogna prima superare un ostacolo ben più concreto: riuscire a pagare una stanza. Perché nella capitale studiare è un diritto, ma permettersi di farlo sembra diventare sempre più un privilegio.
Il 12 ottobre le tende sono tornate davanti alla Sapienza e a Montecitorio. A tre anni dalle prime proteste contro il caro affitti, gli studenti sono scesi nuovamente in piazza per denunciare il costo degli alloggi e, più in generale, quello della vita universitaria. La mobilitazione nazionale dell’Unione degli Universitari, intitolata «Cara Italia, quanto ci costi?», ha riportato al centro del dibattito una questione che le istituzioni non possono più considerare un’emergenza passeggera. Alla Sapienza, intanto, altri gruppi studenteschi hanno avviato la protesta «Piamo casa».
I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. Secondo i dati di Immobiliare.it , il prezzo medio richiesto per una stanza singola a Roma è passato da 434 euro al mese nel marzo 2020 a 609 euro nel marzo 2026. Un aumento di circa il 40% in sei anni. Per una famiglia, significa dover sostenere una spesa che non comprende ancora alimentazione, trasporti, bollette, tasse universitarie e materiali didattici.
A quel punto, parlare di diritto allo studio rischia di diventare un esercizio retorico. Perché il diritto di iscriversi all’università non coincide necessariamente con la possibilità di frequentarla. E quando il reddito familiare finisce per condizionare la scelta del corso di laurea, della città e persino la possibilità di proseguire gli studi, il problema smette di essere soltanto immobiliare: diventa sociale.
Intanto, il calendario delle proteste continua ad aggiornarsi. Le tende tornano davanti alle università, le dichiarazioni si susseguono e il confronto politico riparte. Ma per chi deve pagare l’affitto ogni mese, il problema non si misura in comunicati stampa: si misura in euro. E la scadenza del canone non aspetta i tempi della burocrazia.
Nel 2023 gli studenti piantavano le tende per denunciare un’emergenza. Nel 2026 sono tornati a piantarle per ricordare che quell’emergenza non è scomparsa. Tre anni di proteste, promesse e annunci non sono bastati a liberare il diritto allo studio dal prezzo di una camera. E allora la domanda non è più quanto costi una stanza a Roma, ma quanto costi a un Paese lasciare indietro i suoi giovani.
