Di Sofia Zarfati. Siamo tutti prigionieri di etichette e pregiudizi. Se esprimi un’opinione fuori dal coro, scatta istantaneamente il processo di collocamento ideologico: o sei di qua, o sei di là, senza vie di mezzo e con una violenza verbale che ha trasformato il confronto civile in uno scontro tra tifoserie barbare. Il dibattito pubblico è ormai un’arena tossica dove la complessità della realtà viene scientemente distrutta per fare spazio a slogan binari e risposte preimpostate. Tra i giovani questo meccanismo assume contorni devastanti, alimentato dall’algoritmo spietato dei social media che premia il furore ideologico e punisce la sfumatura. Il bisogno primordiale di appartenenza a un gruppo spinge le nuove generazioni a comprare l’intero pacchetto ideologico della propria parte politica, sacrificando sull’altare del consenso il vero pensiero indipendente. Non siamo più noi a scegliere le nostre idee in base a ciò che osserviamo e studiamo, ma lasciamo che sia la nostra appartenenza a dirci cosa dobbiamo pensare su qualsiasi argomento. La propaganda di parte e la pressione dei coetanei hanno trasformato il ragionamento critico in un lusso e la libertà d’espressione in una colpa da punire. Una società che non tollera l’indipendenza di giudizio è destinata all’analfabetismo emotivo e all’estinzione di ogni forma di vera democrazia.

La salvezza passa unicamente dal coraggio di rompere le righe, rivendicando il diritto sacrosanto di non allinearsi mai a nessun dogma di partito.

Perché pensare con la propria testa è l’unica libertà che ci rimane.